Ci sono partite che raccontano una squadra attraverso il gioco. E ce ne sono altre che la raccontano attraverso le difficoltà.

Palermo-Padova appartiene alla seconda categoria.

Non è stato il pomeriggio nel quale i rosanero hanno mostrato il loro calcio più brillante, né dove tutto ha funzionato alla perfezione. Eppure, forse proprio per questo, il 2-1 del Barbera merita di essere osservato con maggiore attenzione.

Perché dietro la rimonta, dietro la doppietta di Dominic Vavassori, dietro i tre punti e dietro quei 13 punti conquistati nelle prime cinque giornate, c’è una considerazione che va oltre la classifica: questo Palermo sta imparando a vincere anche le partite che non nascono secondo copione ed è un particolare che, in un campionato lungo e complicato come la Serie B, può avere un peso tutt’altro che marginale.

Non era il Palermo che ci aspettavamo, anche per merito del Padova e del suo tecnico Calabro che, partendo a razzo, ha tolto immediatamente al Palermo alcune delle sue certezze.

Pressione, aggressività, capacità di sporcare le linee di gioco: per una parte consistente della gara gli ospiti hanno impedito ai rosanero di esprimersi con quella fluidità che aveva caratterizzato altri momenti di questo avvio di stagione. Il gol del vantaggio padovano, giunto quasi ineluttabilmente, non è stato dunque soltanto un episodio. È stato, metaforicamente, uno schiaffo alla partita che il Palermo avrebbe voluto giocare.

E qui arriva la prima riflessione.

La risposta della squadra rosanero è stata più interessante della difficoltà incontrata. Perché non sempre una squadra forte è quella che domina. A volte è quella che, quando il dominio non arriva, trova comunque un modo per rimanere dentro la partita. Il Palermo lo ha fatto.

La considerazione più importante che lascia in eredità il 2-1 di ieri è che il Palermo non ha semplicemente continuato a giocare dopo essere andato sotto. Ha dovuto cambiare pelle. Ha dovuto aumentare l’intensità, trovare altre soluzioni, affidarsi ai singoli e contemporaneamente mantenere l’equilibrio necessario per non concedere al Padova la possibilità di scappare.

È qui che una squadra comincia a diventare adulta. Non quando tutto funziona ma quando qualcosa non funziona e riesce comunque a trovare una soluzione.

La rimonta non cancella le difficoltà del primo tempo. Al contrario, le rende ancora più interessanti da analizzare poichè il Palermo ha mostrato contemporaneamente un limite e una risorsa.

Il limite è che quando l’avversario riesce ad aggredirlo con determinazione può andare incontro a momenti di sofferenza.

La risorsa è che, anche in quelle condizioni, ha gli uomini e la personalità per rimettere la partita sui propri binari. Ieri pomeriggio sono stati Vavassori e Johnsen a farlo.

La punta scuola Atalanta con la sua doppietta che ha fruttato tre punti preziosissimi ha giocato una partita che lo consegna ancora più prepotentemente all’attenzione dell’ambiente.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi alle due realizzazioni.

C’è un altro dettaglio che merita di essere sottolineato: entrambi i gol sono arrivati dagli assist di Johnsen.

È la fotografia di un Palermo che, almeno in questo avvio di stagione, sta trovando protagonisti differenti e combinazioni offensive sempre più interessanti e questo, alla fine della fiera, è quello che conta perché una squadra che vuole mantenere un rendimento elevato nel tempo non può essere costruita sull’idea che debba esserci sempre un solo uomo a risolvere le partite.

Contro il Padova è stato Vavassori. In altre occasioni potrà essere un altro. Il vero valore aggiunto potrebbe essere proprio questo: la possibilità di avere più giocatori capaci di cambiare il volto di una partita.

E poi….poi c’è la classifica.

Tredici punti dopo cinque giornate rappresentano il miglior avvio del Palermo in Serie B e costituiscono un dato che non può essere ignorato. Ma proprio perché il campionato è appena iniziato, sarebbe sbagliato trasformare questo numero in qualcosa che non è. I 13 punti non raccontano il futuro bensì il presente.

E il presente dice che il Palermo ha cominciato il campionato con grande continuità di risultati.

Dice anche, però, che c’è ancora parecchio lavoro da fare tanto che lo stesso Inzaghi, dopo la partita, ha insistito sulla necessità di migliorare e di alzare ulteriormente il livello.

Senza troppi giri di parole, è il giusto atteggiamento.

Non la soddisfazione per la vittoria, che è normale ma la consapevolezza che una vittoria non debba necessariamente significare una prestazione perfetta. Si può vincere e avere ancora molto da correggere.

E alla fine, dulcis in fundo, c’è lui. Il Barbera.

Quasi 30 mila persone, sfidando le intemperie ed un tempo assai inclemente, hanno accompagnato un altro pomeriggio nel quale il Palermo ha dovuto rimontare e soffrire prima di poter festeggiare.

Ma non ci limiteremo a dire che è soltanto una questione di numeri. È importante invece sottolineare il rapporto che si sta ricostruendo tra squadra e ambiente.

Quando una squadra sente lo stadio dalla propria parte, soprattutto nei momenti nei quali la partita rischia di sfuggire, può trovare energie supplementari. E il Barbera, in questo avvio di stagione, sembra tornare ad avere quel peso specifico che per il Palermo può rappresentare una risorsa importante.

Ma anche qui vale la stessa regola: lo stadio può spingerti, non può giocare al posto tuo. Il resto deve farlo la squadra.

C’è un altro aspetto che il 2-1 suggerisce e che sarebbe sbagliato ignorare.

Il Padova ha dimostrato che il Palermo può essere aggredito, può essere costretto ad arretrare, può perdere per qualche fase il controllo della partita.

E questo, paradossalmente, può essere persino utile perché le partite come quella contro il Padova sono quelle che indicano all’allenatore dove intervenire.

Una squadra imbattuta, o comunque capace di raccogliere tanti punti, rischia talvolta di innamorarsi dei propri risultati. Il Palermo, invece, sembra avere ancora la possibilità di trasformare le proprie difficoltà in materiale di crescita. Questa è una differenza importante perché il vero salto di qualità non consiste nell’eliminare ogni problema, ma nell’imparare a gestirlo meglio ogni volta che si ripresenta.

E la panchina?

Un campionato non si vince con undici giocatori. È una banalità, ma diventa meno banale quando cominciano ad arrivare partite ravvicinate, infortuni, squalifiche, cali di forma e avversari che preparano la partita proprio per neutralizzare i tuoi punti di forza. In questo senso, anche l’impatto dei subentrati, vedasi Estevez, Gomes e Gabrielloni, autore quest’ultimo della superba sponda che ha innescato il gol vittoria nel finale, è un elemento da non trascurare.

La profondità della rosa sarà uno degli aspetti da verificare nel corso dei mesi. Ma la sensazione che arriva da questa partita è positiva sotto un profilo preciso: Inzaghi sembra avere alternative e, soprattutto, sembra disposto a utilizzarle per cambiare l’inerzia delle partite. È una componente che potrebbe diventare decisiva quando il campionato entrerà nella sua fase più impegnativa.

Al netto di quanto abbiamo analizzato, alla fine il dato più interessante di Palermo-Padova non è il 2-1 bensì è il modo nel quale è arrivato.

Perché una squadra che vuole costruire qualcosa di importante deve necessariamente attraversare anche giornate nelle quali non riesce a esprimere tutto il proprio potenziale.

Il calcio non concede sempre la partita ideale. A volte ti mette davanti un avversario che corre di più, pressa meglio, ti sporca la costruzione e ti costringe a giocare una partita diversa da quella che avevi immaginato.

E allora devi saper cambiare. Saper soffrire. Saper aspettare. Saper colpire.

Il Palermo contro il Padova ha fatto tutte queste cose, non sempre nella maniera migliore, ma abbastanza per conquistare tre punti.

Non è ancora tempo di proclami.

Cinque giornate sono troppo poche per consegnare sentenze definitive e una classifica così corta può cambiare rapidamente. Ma cinque giornate sono sufficienti per cominciare a riconoscere alcuni tratti. E il Palermo di questo avvio di stagione sembra avere un tratto preciso: non vuole arrendersi alla partita che gli capita davanti.

Se può giocare bene, gioca. Se può comandare, comanda. Se deve soffrire, soffre. Ma soprattutto, quando va sotto, non sembra considerare la partita finita.

Il 2-1 al Padova, allora, vale certamente tre punti ma potrebbe valere qualcosa di più potrebbe essere una di quelle vittorie che, a fine stagione, vengono ricordate non per la bellezza del calcio espresso, ma per ciò che hanno raccontato di una squadra.

Una squadra che non è ancora arrivata da nessuna parte, una squadra che ha ancora difetti, margini di crescita e domande alle quali rispondere. Ma una squadra che, intanto, ha imparato una cosa fondamentale:

anche quando la partita si mette male, il Palermo può ancora cambiarne la storia.

E al Barbera, quando succede, c’è sempre qualcuno pronto a ricordargli che non è solo.