Alla fine conta sempre il risultato.
È una frase forse banale, persino abusata, ma nelle prime giornate di un campionato ha un peso particolare. Perché quando una squadra è ancora un cantiere, quando i nuovi devono conoscersi, quando la condizione fisica non può essere quella di ottobre e quando un allenatore sta ancora cercando la sua formazione ideale, vincere diventa anche un modo per comprare tempo.
Il Palermo ha battuto la Juve Stabia 1-0, davanti a oltre trentamila spettatori, grazie al gol di Dennis Johnsen arrivato dopo appena quattro minuti. Ha vinto. Ma non ha incantato. Ha comandato a tratti, ha avuto occasioni per chiuderla, ha colpito una traversa con Ranocchia, ma nella ripresa ha concesso alla Juve Stabia la possibilità di rimettere in discussione una partita che avrebbe potuto e dovuto essere indirizzata diversamente. Nel finale, il palo colpito da Patanè ha fatto trattenere il fiato al Barbera.
Ed è proprio qui che comincia il vero ragionamento sul Palermo. Perché questa non è stata la vittoria di una squadra già pronta. È stata la vittoria di una squadra che, pur non essendo ancora pronta, ha trovato il modo di vincere. E non è la stessa cosa.
C’è una parola che torna in quasi tutte le analisi della partita: sofferenza.
Una sofferenza che non va drammatizzata, ma nemmeno nascosta. Il Palermo avrebbe potuto mettere in ghiaccio la partita prima. Ha avuto occasioni, ha avuto spazi e, soprattutto, ha avuto momenti nei quali la Juve Stabia sembrava poter essere definitivamente messa alle corde.
Non lo ha fatto. E quando non ammazzi una partita, soprattutto in Serie B, rischi inevitabilmente di doverla soffrire.
La Juve Stabia è cresciuta con il passare dei minuti e nella ripresa ha messo maggiormente in difficoltà i rosanero. Gli stessi campani, attraverso le parole del loro allenatore De Giorgio, hanno sottolineato di aver disputato una buona gara, con personalità e senza rinunciare a giocare. Ma qui c’è un aspetto che merita di essere sottolineato. Una costante del Palermo targato Filippo Inzaghi.
Il Palermo ha sofferto e non è crollato. Non è poco. Perché una squadra che vuole ambire alle zone alte della classifica deve imparare non soltanto a dominare, ma anche a resistere.
Ci saranno serate in cui il Palermo giocherà meglio dell’avversario e vincerà con merito. E ce ne saranno altre nelle quali dovrà stringere i denti. La Serie B è anche questo. E forse la prima lezione di Inzaghi è arrivata proprio ieri sera: non tutte le partite si possono vincere giocando bene per novanta minuti; alcune bisogna semplicemente saperle portare a casa.
Poi, quando hai tanto ben di Dio in casa, sai benissimo che prima o poi riuscirai a colpire. E ieri tutto questo si è impersonificato in Dennis Johnsen.
Quattro minuti e il primo gol del campionato. Una partenza che, per un attaccante, non poteva essere migliore. Il norvegese ha sfruttato l’assistenza di Pohjanpalo e ha trovato la giocata che ha immediatamente acceso il Barbera. Ma il valore di quel gol va oltre la cronaca. Perché in una squadra che deve ancora trovare i suoi equilibri, avere giocatori capaci di inventare qualcosa dal nulla è fondamentale. Johnsen ieri ha fatto esattamente questo.
E Pohjanpalo ha dimostrato, ancora una volta, che il suo contributo non deve necessariamente essere misurato soltanto attraverso il numero dei gol. Un centravanti che sa anche costruire, fare da sponda, attirare uomini e mandare in porta il compagno è una risorsa enorme.
Quella combinazione può diventare una delle armi più interessanti del Palermo. Ieri è bastata una volta. Durante la stagione dovrà diventare un’abitudine.
Il Palermo visto contro la Juve Stabia non può essere considerato il Palermo definitivo. E sarebbe persino sbagliato pretenderlo. Inzaghi ha ereditato una squadra che deve ancora assimilare pienamente idee, movimenti e gerarchie. Alcuni giocatori devono trovare la migliore condizione, altri devono inserirsi, altri ancora devono capire quale sarà il loro ruolo preciso.
Per questo sarebbe un errore giudicare la stagione sulla base dei novanta minuti di ieri. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare il mercato e le ambizioni della società per pretendere immediatamente un Palermo spettacolare. Le grandi squadre non si costruiscono in agosto. Si costruiscono attraverso le partite e ieri il Palermo ha aggiunto il primo mattone.
La lucidità mostrata dal tecnico rosanero nel post partita va letta proprio in questa direzione. Inzaghi non ha nascosto le difficoltà e non ha trasformato l’1-0 in una prestazione perfetta. Ha riconosciuto il valore dei tre punti, ma anche la necessità di migliorare. Ed è probabilmente il modo giusto di preparare questa squadra.
Perché il rischio, in una piazza come Palermo, è sempre quello di passare rapidamente dall’entusiasmo alla sentenza. Una vittoria diventa una conferma definitiva. Una prestazione poco brillante diventa un campanello d’allarme. Un nuovo acquisto che non brilla diventa improvvisamente un problema.
Ma il campionato non funziona così. Il campionato è una somma di domeniche. E la prima domenica ha detto semplicemente questo: il Palermo è competitivo abbastanza per vincere, ma deve ancora diventare abbastanza forte per controllare queste partite con maggiore continuità.
Sembra quasi un paradosso. Ma proprio la sofferenza di ieri potrebbe rivelarsi utile. Perché una squadra che viene costruita con l’obiettivo di salire deve conoscere anche la dimensione della difficoltà. Deve sapere cosa significa giocare una partita in cui l’avversario cresce. Deve sapere come difendere un vantaggio. Deve sapere come restare lucida quando il pubblico comincia a percepire il pericolo.
Ieri il Palermo ha attraversato tutto questo. Non sempre bene. Ma lo ha attraversato e alla fine ha portato a casa il risultato. È una caratteristica che può sembrare poco spettacolare, ma che in primavera potrebbe valere punti pesantissimi. Le promozioni, spesso, si costruiscono proprio sulle partite che non entrano negli album dei ricordi ma finiscono nella classifica.
C’è poi un altro protagonista della serata: il Barbera. Oltre trentaduemila spettatori alla prima di campionato rappresentano un messaggio molto chiaro. Palermo e la sua tifoseria ci sono. La voglia di tornare in Serie A c’è.
Ma questa passione è anche una responsabilità. Il pubblico non chiede necessariamente che la squadra vinca tutte le partite 4-0. Chiede, però, di riconoscersi in una squadra che lotta, che corre, che non si arrende. E ieri, soprattutto nel momento della difficoltà, il Palermo ha dato almeno questa sensazione. Non è stato brillante, ma è stato dentro la partita e per una prima giornata può bastare. Non bisogna esaltarsi ma non bisogna nemmeno preoccuparsi.
La cosa più intelligente che si possa fare oggi è probabilmente evitare entrambe le tentazioni. Non bisogna dire che il Palermo sia già una macchina perfetta ma non bisogna nemmeno trasformare qualche difficoltà in un problema strutturale. La prima giornata ha mostrato una squadra con qualità, ma ancora non completamente armonizzata. Ha mostrato un attacco che può fare male, giocatori capaci di accendersi, una struttura difensiva in grado di reggere.
Ma ha mostrato anche margini evidenti nella gestione della partita e nella capacità di mantenere il controllo quando l’avversario aumenta la pressione. È una fotografia, non una sentenza. Proprio ciò che ci si deve aspettare all’alba di una stagione che sarà lunga e massacrante.
Il vero Palermo lo vedremo più avanti. Ci sarà un momento, durante la stagione, nel quale potremo davvero giudicare questa squadra. Quando la condizione fisica sarà omogenea, i nuovi avranno assimilato i meccanismi, Inzaghi avrà scelto con maggiore chiarezza uomini e sistema, Pohjanpalo e Johnsen avranno accumulato partite insieme, il centrocampo avrà trovato le sue distanze.
Quando il Palermo saprà trasformare il possesso in controllo e il controllo in occasioni. Quello sarà il momento per capire davvero dove può arrivare questa squadra. Ieri, invece, serviva soltanto una cosa.
Vincere. E il Palermo lo ha fatto.
C’è un detto latino che racchiude bene il senso di questa prima serata: Ad maiora. Verso cose più grandi. Non è ancora tempo di festeggiare qualcosa di grande, perché una partita non può raccontare un’intera stagione. Ma è tempo di riconoscere che il primo passo è stato fatto nella direzione giusta.
Il Palermo ha vinto, ha sofferto, ha rischiato, ha avuto occasioni, ha lasciato intravedere qualità e difetti, ha mostrato un Johnsen già decisivo, un Pohjanpalo prezioso anche quando non segna, un gruppo che deve ancora trovare la propria identità definitiva e un allenatore che sembra avere ben chiaro che la strada sarà lunga.
E forse è proprio questo il bello di una prima giornata. Non sapere ancora cosa sarà questa squadra.
Sapere soltanto che ha cominciato vincendo. Una partita alla volta, una vittoria alla volta, un passo alla volta. Il Palermo non è ancora quello che vuole diventare. Ma ieri sera ha dimostrato di poter cominciare a diventarlo.
E, per adesso, può bastare.
Anzi: deve bastare.