C’è una fragilità sommersa che attraversa le nostre strade, le nostre scuole e le nostre famiglie, e della quale ci accorgiamo soltanto quando è troppo tardi: quella dei disturbi comportamentali non riconosciuti.
Noi, terapisti della riabilitazione, siamo abituati a guardare oltre il sintomo manifesto. Sappiamo che dietro un’esplosione di rabbia, un atto di aggressività gratuita o una cronica incapacità di rispettare le norme sociali non c’è quasi mai una semplice “maleducazione” o una scelta deliberata.
Spesso c’è un disturbo esternalizzante della condotta, un deficit delle funzioni esecutive o una disregolazione emotiva mal intercettati dal sistema sanitario e scolastico.

Oggi, camminando per le nostre città, incrociamo costantemente persone (dai giovanissimi agli adulti) che si muovono all’interno di un vuoto istituzionale .
Sono individui senza diagnosi, e di conseguenza senza una rete di supporto. Il risultato è una cronica e pericolosa invisibilità: non esistono per le statistiche della riabilitazione, ma l’impatto della loro disfunzione si riversa drammaticamente sulla collettività, sulle famiglie e sulla loro stessa sicurezza.
Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico o di “carattere difficile” è il più grande errore che la nostra società possa commettere, anche perché c’è un pericolo ancora più profondo e silenzioso legato alla presenza di persone con disturbi comportamentali non diagnosticati: la loro estrema vulnerabilità alla manipolazione psicologica e sociale.
Un disturbo della condotta, un deficit dell’impulsività o una forte disregolazione emotiva, non si traducono solo in comportamenti disfunzionali verso l’esterno. Spesso queste caratteristiche creano una profonda fragilità identitaria o un cronico bisogno di accettazione o di risposte immediate.
Ciò che all’esterno appare come provocazione o distacco, all’interno è spesso un disperato tentativo di anestetizzare il dolore di un’identità frammentata.
L’agire impulsivo diventa così l’unico modo per “sentirsi vivi” o per colmare un vuoto emotivo che l’attesa rischia di rendere intollerabile.
In questo senso, il comportamento distruttivo non è il fine, ma il sintomo visibile di una tempesta interna che chiede, prima di tutto, di essere legittimata e accolta.
Ed è proprio qui che l’ignoranza della società e dei contesti educativi mostra il suo lato più distruttivo.
Guardare a questi disturbi con superficialità significa confondere il sintomo con il carattere, etichettando come “cattiveria” o “mancanza di regole” quello che è, a tutti gli effetti, una dolorosa incapacità di autoregolarsi.
L’approccio punitivo o la minimizzazione non sono solo inutili, ma dannosi: non fanno altro che confermare nel ragazzo la sensazione di essere sbagliato e rifiutato, alimentando proprio quel vuoto identitario che ha scatenato il comportamento disfunzionale.
Finchè continueremo a punire l’effetto senza comprendere la causa, saremo complici dello stesso isolamento che cerchiamo di curare.
E l’ignoranza si nutre anche di una profonda incapacità di leggere i segnali precoci, confondendo il silenzio con il benessere.
Molto prima che esplodano l’impulsività o le condotte, oppositivo-provocatorie in adolescenza, il disagio parla spesso la lingua dell’isolamento.
Un bambino che si ritira, che evita il confronto, che si chiude in se stesso viene troppo frequentemente etichettato come tranquillo o solitario per carattere.
In verità, quell’isolamento è il primo disperato tentativo di erigere un muro di difesa contro un mondo emotivo percepito come caotico e minaccioso.
Quando quel muro crolla sotto il peso della crescita, la sofferenza accumulata in anni invisibili non svanisce: si trasforma in rabbia, comportamenti disfunzionali, in un grido d’aiuto distruttivo che la società, ipocritamente, si stupisce di sentire.
In cima a questa catena di omissioni c’è spesso l’ignoranza genitoriale, una cecità emotiva che scambia il ritiro per educazione e il dolore per capriccio.
Troppi genitori rimangono intrappolati nell’illusione che “passerà da solo” o peggio, reagiscono sintonizzandosi solo sul comportamento esterno: puniscono la rabbia, ignorando il vuoto che l’ha generata.
Quando un padre o una madre liquidano la fragilità del figlio con un “lo fa per attenzioni” o “è solo pigro”, stanno di fatto privando quel bambino dell’unico specchio in cui potrebbe trovare un’identità solida.
Questa ignoranza non è innocua; è il rifiuto primario che costringe il ragazzo a cercare risposte immediate e accettazione altrove, a qualunque costo, anche attraverso l’autodistruzione o la violenza.
Proprio per questo, non possiamo più delegare la salute mentale dei più giovani al caso, alla speranza che “tutto passi” o al giudizio sommario di famiglie impreparate.
E’ arrivato il momento di reclamare a gran voce il diritto alla diagnosi e all’intervento riabilitativo precoce, prima che il disagio invisibile si trasformi in una cronaca fin troppo visibile.
Di Annalisa Eutizi
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