Ci sono vittorie che valgono tre punti e vittorie che, oltre ai tre punti, lasciano qualcosa dentro una stagione. Quella di Arezzo appartiene alla seconda categoria.
Il Palermo ha vinto 3-2, ha conquistato la seconda vittoria consecutiva, ha mantenuto il passo delle squadre di vertice e ha trovato ancora una volta la rete decisiva nei minuti finali. Ma fermarsi al risultato, o al meraviglioso sinistro di Augello al 94′, significherebbe perdere la parte più interessante della serata.
Perché il Palermo, ad Arezzo, ha fatto vedere contemporaneamente il meglio e il peggio di sé. Ha mostrato la qualità di una squadra costruita per stare davanti. Ha mostrato la fragilità di un gruppo che ancora deve imparare a gestire determinate situazioni. E soprattutto ha mostrato qualcosa che potrebbe diventare decisivo nel corso di una stagione lunga e complicata: la capacità di non arrendersi quando una partita, dopo essere sembrata vinta, rischia improvvisamente di trasformarsi in una delusione.
Ed è proprio questo il dettaglio sul quale vale la pena soffermarsi.
Il Palermo ha rischiato di pareggiare una partita che aveva già praticamente in freezer. Per oltre un’ora il Palermo aveva dato l’impressione di avere la partita nelle proprie mani. Johnsen e Ranocchia avevano costruito il doppio vantaggio, ma l’Arezzo non ha mai accettato il ruolo di comparsa. La squadra di Bucchi ha reagito, ha alzato il pressing, ha trovato coraggio e, soprattutto, ha approfittato di alcune imperfezioni rosanero. Nel giro di pochi minuti lo 0-2 è diventato 2-2.
È qui che nasce il primo vero interrogativo.
Una squadra che vuole vincere il campionato non può permettersi di trasformare una situazione di controllo in un finale al cardiopalma con questa facilità. Il Palermo aveva la partita in mano e l’ha quasi gettata via. E sarebbe sbagliato nasconderlo dietro la gioia per il gol di Augello. Anzi, è proprio la vittoria a permettere di analizzare con maggiore lucidità ciò che non ha funzionato.
Perché se quel pallone di Augello fosse finito fuori, oggi probabilmente parleremmo di una squadra incapace di gestire il doppio vantaggio e di un pareggio considerato come due punti persi. Invece è arrivato il 3-2.
E questo cambia completamente la prospettiva.
La vera novità? Il Palermo non si è disunito. Qui sta probabilmente il significato più profondo della serata. Dopo il pareggio dell’Arezzo, il Palermo avrebbe potuto spegnersi. Avrebbe potuto accettare l’idea che il 2-2 fosse ormai inevitabile. Avrebbe potuto cominciare a pensare alla necessità di non perdere. Avrebbe potuto accontentarsi. Non l’ha fatto. Negli ultimi minuti ha ripreso a spingere e ha cercato nuovamente la vittoria.
Poi…. è arrivato Augello.
Un gol bellissimo, certo. Ma prima ancora del gesto tecnico c’è la scelta mentale: andare a cercare quel pallone, provarci ancora, non considerare chiusa la partita.
È un particolare che può sembrare piccolo e invece, in un campionato come la Serie B, rischia di diventare enorme.
La prova di grande personalità degli amaranto aretini rende ancora più significativa la vittoria rosanero. Il Palermo non ha battuto una squadra già rassegnata. Ha battuto una squadra che ha avuto la forza di rimettere in discussione la partita.
Sarebbe un errore, dopo due giornate, descrivere il Palermo come una macchina già pronta per la Serie A. Non lo è tanto che Inzaghi stesso, dopo la partita, ha riconosciuto la necessità di migliorare alcuni aspetti e soprattutto di chiudere prima gare di questo tipo. Il Palermo ha concesso troppo dopo essere passato avanti. Ha avuto momenti nei quali ha perso il controllo del centrocampo ed ha permesso all’Arezzo di prendere fiducia e soprattutto ha dato la sensazione che, una volta subito il primo gol, la squadra abbia smesso per qualche minuto di essere quella che aveva comandato la gara fino a quel momento.
Sono segnali da non ignorare. Ma c’è una considerazione altrettanto importante: siamo ancora davanti a una squadra che sta imparando a conoscersi. Ci sono giocatori arrivati da poco, meccanismi ancora da perfezionare, gerarchie che devono consolidarsi.
Eppure, dopo due giornate, ci sono già sei punti. Questo significa che il Palermo può ancora crescere senza essere costretto a farlo attraverso le sconfitte. È una differenza enorme. La Serie B non si vince soltanto con la qualità. Questo è il messaggio più importante che arriva da Arezzo.
Il Palermo ha probabilmente più qualità dell’Arezzo. Ma la Serie B non è un campionato nel quale la qualità, da sola, garantisce la vittoria.
Bisogna saper soffrire.
Bisogna saper giocare su campi complicati.
Bisogna accettare che una squadra inferiore sulla carta possa avere per sessanta, settanta o novanta minuti una forza superiore a quella che racconta la classifica.
E bisogna soprattutto essere pronti a sporcare le partite.
Augello, dopo il match, ha parlato proprio di una vittoria “sporca”. Forse è questa la definizione più appropriata. Il Palermo non ha vinto una partita elegante, ha vinto una partita da campionato.
Ed è una distinzione tutt’altro che secondaria.
Un altro elemento interessante è la distribuzione delle responsabilità.
Contro l’Arezzo non è stato Pohjanpalo a trascinare il Palermo. Sono stati Johnsen, Ranocchia e Augello a firmare i tre gol. Questo significa che la squadra possiede più soluzioni. Johnsen ha confermato il suo ottimo avvio di stagione; Ranocchia ha trovato una giocata da giocatore di qualità superiore; Augello ha risolto la partita quando sembrava destinata al pareggio. I tre gol sono arrivati da uomini diversi e in momenti diversi della gara.
È esattamente quello che dovrebbe avere una squadra costruita per vincere.
Non un solo uomo da aspettare, non una sola giocata da preparare, non un unico protagonista. Ma la possibilità che, di domenica in domenica, qualcuno diverso possa diventare decisivo.
Capitolo Inzaghi. Ancora non è il suo Palermo ma sta costruendo una squadra che sembra avere una caratteristica precisa: non vuole accettare facilmente il proprio destino. È una qualità che appartiene al suo stesso modo di vivere il calcio. Il rischio, naturalmente, è che questa mentalità diventi eccesso di fiducia e che il Palermo continui a concedere agli avversari la possibilità di rientrare in partite che sembrano già indirizzate.
La sfida dell’allenatore sarà quindi trasformare la capacità di reagire in capacità di controllare. Perché vincere una partita al 94′ è bellissimo ma vincere una partita senza arrivare al 94′ è molto più utile.
Alla fine, dunque, il 3-2 dice molto più dei sei punti in classifica.
Dice che il Palermo possiede qualità, che possiede alternative, che ha giocatori capaci di decidere le partite. Ma soprattutto dice che, almeno in questo avvio di stagione, la squadra non sembra avere paura delle difficoltà. E questo può essere il primo vero mattone di una stagione importante.
Non bisogna però confondere il carattere con l’invincibilità. Il Palermo ha vinto ad Arezzo anche grazie a un episodio straordinario e, in alcuni momenti, ha rischiato di compromettere una partita che sembrava ampiamente sotto controllo.
Il campionato è appena cominciato.
Ci saranno partite nelle quali non basterà il cuore.
Ci saranno partite nelle quali servirà maggiore equilibrio, maggiore attenzione, maggiore capacità di gestire il vantaggio.
Ma proprio per questo il successo in terra aretina può diventare prezioso perché una squadra cresce anche attraverso le proprie imperfezioni ed il Palermo, ad Arezzo, ha avuto la possibilità di vedere allo specchio entrambe le sue facce: quella della squadra che deve ancora migliorare e quella della squadra che, quando conta, vuole vincere. La seconda, naturalmente, è quella che fa sognare. La prima è quella che deve interessare maggiormente Inzaghi.
I latini avrebbero forse trovato una formula perfetta per descrivere la notte di Arezzo:
“Vincit qui patitur”. Vince chi sa soffrire.
Il Palermo ha sofferto, ha perso per qualche minuto il controllo della partita, ha visto evaporare un doppio vantaggio e ha rischiato di tornare a casa con la sensazione di aver sprecato un’occasione.
Poi ha reagito. Non con la perfezione, ma con il carattere.
E forse è proprio questo il primo segnale che Palermo aspettava: non la certezza di essere già una grande squadra, ma la sensazione che questa squadra abbia finalmente gli strumenti per diventarlo.
Ad Arezzo non è nato il Palermo che andrà in Serie A.
Ma potrebbe essere nato qualcosa di altrettanto importante:
la consapevolezza di poterci arrivare.