Matteo Faustini si racconta tra emozioni, paure e consapevolezze

Reduce dal palco sanremese tra le “Nuove proposte”, Matteo Faustini sta correndo su e giù per l’Italia per il primo vero appuntamento con i suoi fan. Lo abbiamo incontrato durante il suo tour presso lo store della Feltrinelli a Palermo. C’era qualcosa che mi colpiva nella sua biografia e si trattava del fatto che la sua professione era quella nobile del maestro elementare. Ovviamente non ho resistito alla tentazione e, citando Gesualdo Bufalino, intellettuale e autore siciliano morto nel 1996, il nostro incontro è iniziato con una domanda che conteneva la citazione di una frase del maestro siciliano: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari” alla quale ho aggiunto e il maestro da lassù non me ne voglia, soprattutto se amano la musica. Cosa significa questo per Matteo Faustini? Leggiamo cosa ha risposto Matteo appena è riuscito a metabolizzare l’importanza di tale affermazione:

“Sono perfettamente d’accordo con quello che hai detto perché amare la musica è segno di una sensibilità particolare che può essere trasmessa a quelle piccole anime che possono diventare grandi a loro volta, quindi è un grande compito perché avere a che fare con tutti quei piccoli ‘patatoni come li chiamo io, che poi saranno i futuri noi. Grazie alla musica si può fare del bene e cambiare le cose”.

E’ evidente che la musica, anche nel tuo caso, sia stata salvifica ma, proprio per questo, ti mette di fronte alle tue responsabilità. Cosa hai bisogno di soddisfare cantando?

“Questa è una domanda che mi sono fatto e che mi ha fatto letteralmente piangere e star male perché mi sono reso conto che non avevo la risposta. La classica risposta ‘perché mi fa star bene’, a me non è venuta naturale e questo mi ha fatto andare in crisi. Allora mi sono chiesto se l’avrei fatto per soddisfare il mio ego o perché si trattava di qualcosa che dovevo fare perché altrimenti sarei stato male. Quando la prima volta, era sera ed ero in pigiama, mi sono messo al pianoforte ho avuto la risposta e il mio cuore si è riempito. Lo sentivo gonfio, gonfio, gonfio. In quel momento ho scoperto che per me cantare era una necessità interiore”.

Sei reduce dal palco dell’Ariston sul quale, però, non hai avuto la fortuna di convincere la giuria del festival. E’ anche evidente che tra di voi, forse per la prima volta, molti tuoi colleghi, oltre a te, hanno affrontato temi di forte impatto e necessità sociale, mi riferisco a Billy Blue” e a “Il gigante d’acciaio” e “8 marzo”. Nel tuo caso però il riconoscimento è arrivato qualche giorno prima, quando hai vinto, sempre tra le “Nuove proposte” che hanno partecipato alla settantesima edizione del festival di Sanremo, un premio importante ossia il Lunezia 2020, premio forse poco conosciuto e che, per quanto riguarda i big, è stato assegnato a Diodato. Non si è trattato delle classiche canzoni d’amore. Come affronti il ruolo di giovane autore che non si può accontentare di scrivere una canzone d’amore generica?

“Il nostro talento è una grossa responsabilità. L’aver vinto il Lunezia mi ha dato felicità perché c’erano canzoni con testi molto impegnanti, ben scritti e pieni di sostanza. L’amore è un tema pesante e ci sono tanti modi per parlare di amore. L’amore è una cosa che unisce e tocca tutti. Il bullismo invece no, perché i bulli non soffrono di tale fenomeno. Inoltre, scrivere nella lingua italiana è molto difficile e altrettanto difficile è darle merito. Le canzoni d’amore sono quelle che pesano di più, amore non inteso solamente in senso sentimentale o sessuale tra due individui ma anche tra padre/madre e figlio/a e questo tipo di amore è il più universale che esista. La responsabilità di noi autori è questa, perché è necessario pesare ogni parola e far sì che quelle parole creino un tatuaggio sul cuore”.

“Nel bene e nel male” è la canzone che, dall’inizio del 2019 ti ha accompagnato, prima facendoti vincere le selezioni per approdare, nel gruppo delle “Nuove proposte”, sul palco sanremese oltre ad essere il brano che ti ha permesso di compiere il passo per raggiungere il primo gradino della tua nuova attività professionale. Quando pensi che debba durare questa canzone?

“Le canzoni non hanno una durata programmata, le canzoni ti sono dentro. Io penso che all’interno di ogni essere umano ci siano delle stanze nel cuore. Non ne abbiamo molte ma questa canzone abita una stanza del mio cuore. Queste stanze non hanno le finestre, non posso farle uscire perché sono chiuse a chiave. Se loro non fossero dentro di me io sarei diverso da come sono, sarei solo un mestierante che interpreta invece io amo creare per raccontare come sono e le voglio bene perché è vera”.

Chi sono i “Figli delle favole” per una generazione che ha paura di sognare e di vivere in un mondo di favole?

“Certo, magari ci vergogniamo davanti agli altri ma la notte, quando siamo da soli un po’ di domande ce le facciamo. I “Figli delle favole” siamo noi, anche quelli cui non piacciono le fiabe. Tutti abbiamo dei sogni e non mi riferisco solo a quelli dell’ambito lavorativo e professionale ma a quelli che riguardano il nostro intimo tipo “Vorrei avere una sorella”. Io penso che all’interno di ognuno di noi ci siano delle bilance da mantenere in equilibrio. Nel mio caso, solo quattro mesi fa ero intento a correggere verifiche ed ero molto arrabbiato perché nessuno mi ascoltava e oggi sono qua a firmare le stanze del mio cuore assieme ad altri esseri umani che ascoltano le mie canzoni, i suoi testi e i suoi contenuti. Si può fare, può succedere ma bisogna avere sogni all’altezza dei propri talenti. Io non sognerei mai di fare il ballerino perché sono consapevole che non ce la potrei fare. È necessario fare un grande e difficile esame di coscienza, accettare i propri limiti quando possono essere accettati e poi, una volta risolti ed espansi, è possibile alzare leggermente più in alto l’asticella. Sono questi i “Figli delle favole”, quelli che tornano a essere bambini ma con la consapevolezza dell’essere oramai adulti”.

A quando il tuo primo tour?

“Io non vedo l’ora. Ma non vengo dai talent, non ho mai fatto esperienze televisive. In questi anni di gavetta non ho mai avuto un alto livello di esposizione. Il pubblico sta iniziando adesso a conoscermi e ad apprezzarmi ma la strada è ancora lunga anche se, oggi, finalmente la vedo e sta iniziando a delinearsi in modo definito. In attesa del tour debbo qualcosa alla mia città, Brescia e lì devo fare quanto prima qualcosa poi sicuramente Milano. Brescia sarà bella tosta perché, pur giocando in casa, per riempire lo spazio dedicato al concerto non posso portare solo i miei quaranta parenti, è necessario molto di più. Inizierò dai piccoli locali che, mi auguro, diventeranno via via più grandi ma, ripeto, non per soddisfare il mio banale egocentrismo ma per poter trasmettere i contenuti dei miei brani”.

Quanto dovremo aspettare per il nuovo album?

“Sono già al lavoro. Ci sono nuove tracce e nuovi contenuti in cantiere. In parte ho il terrore di non riuscire, ossia mi chiedo se sarò capace di scrivere nuovi brani all’altezza di quelli contenuti nel mio album di debutto. Mi sono meravigliato, scrivendo, perché soprattutto non escono le stesse cose perché in questo periodo sono cresciuto, migliorato e cambiato. Oggi mi posso permettere di pensare solo a questo e, appena saranno terminati questi impegni che mi portano in giro per l’Italia so che andrò a casa dove potrò mettermi a scrivere pensando solo a quello. È già successo, qualche settimana fa subito dopo il festival. Sono nati i primi tre nuovi brani. Quando scrivo, mi rendo conto subito se il brano mi appartiene e solo in questo caso ci lavoro sopra e so che andrà nel disco. Mi aiuta il lungo lavoro sulle singole parole, che riescono a dare una vera intensità ai miei brani come è già successo per quelli contenuti nel mio primo album”.

Buona musica a tutti.

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