Ultimi e ignorati. Storia di canzoni e film penalizzati dalle giurie

I primi mesi dell’anno sono stati il periodo dei giudizi artistici. Una dopo l’altra, abbiamo visto al lavoro le giurie del festival di Sanremo, del premio Cèsar, dei Bafta, i prestigiosi riconoscimenti dati dalla “British Academy of Film and Television Arts” oltre a quella dei Grammy Awards e a quella dell’Academy Awards, ossia gli Oscar. Ma ognuna di questi importanti riconoscimenti, nel tempo, non ha compreso l’importanza di una canzone, di un film e, più in generale, di un artista. Spesso ultimi o ignorati, brani musicali e film che oggi fanno parte della storia, hanno avuto il giudizio più veritiero solo dopo anni, alcuni addirittura dopo decenni a riprova che solo il tempo e il pubblico, quello reale ovviamente, hanno l’ultima parola.

Cominciamo proprio dall’importante kermesse musicale che si chiusa nelle settimane scorse, il festival di Sanremo. Giunto alla sua 70° edizione quest’anno è stato presentato da Amadeus con l’ingombrante collaborazione di Rosario Fiorello. Anche nella coda della classifica 2020 ci sono artisti e brano che arriveranno molto lontano del tempo, a ennesima riprova che, seppur insindacabile, il lavoro delle giurie rappresenta poco più di un emotional judgment.

È stato il caso di “Quello che le donne non dicono” interpretato da Fiorella Mannoia nell’edizione del 1987. Si classificò ottavo. Mannoia canta con la complicità di Ruggeri che compone e il brano diventa subito hit ma non per la giuria del festival. Il trio Morandi-Ruggeri-Tozzi con la loro “Si può dare di più” si aggiudicò la prima posizione mentre Toto Cutugno con “Figli” arrivò secondo e la terza posizione fu assegnata ad Al Bano e Romina Power con “Nostalgia canaglia”. Il caso, ovviamente, non è isolato.

Ci prova nell’edizione del 1983 Adelmo Fornaciari, non ancora “Sugar”. La sua “Nuvola” si classifica nella parte finale della classifica e decide di riprovarci nel 1985 quando, con The Randy Jackson band, presenta “Donne”. Arriva ventunesimo. Vincono “i Ricchi e Poveri” con “Se m’innamoro”, seguiti dal giovanissimo Luis Miguel con “Noi, ragazzi di oggi” e da Gigliola Cinquetti con la sua “Chiamalo amore”.

Era il 1969 quando Lucio Battisti partecipa per la sua prima e ultima volta al festival in abbinamento a Wilson Pickett presentando “Un’avventura”. Il brano, tra i più famosi del cantautore, si classifica solo alla nona posizione, ma diventerà, nel tempo, una pietra miliare della musica italiana. Fulcro del brano la consapevolezza che un amore adolescenziale non sarà tale, ma quello di tutta una vita.

All’edizione del 1983 partecipa il giovane Vasco Rossi che propone al pubblico, e alle giurie, la sua “Vita spericolata”. Quell’anno vince Tiziana Rivale con “Sarà quel che sarà”, il suo unico successo. Secondo posto per Donatella Milani con “Volevo dirti” e terza posizione per Dori Ghezzi con “Margherita non lo sa”. Il Vasco nazionale, che aveva già partecipato nel 1982 con “Vado al massimo” anch’essa relegata nella parte finale della classifica, si piazza penultimo. Inoltre, nella serata finale, Vasco Rossi svela il playback, uscendo di scena prima della fine del brano. Si trattò di un’esternazione della sua protesta che lo vedeva in forte contrasto con gli organizzatori. Let’s rock, sir!!!

Ma il più clamoroso mancato riconoscimento, sempre parlando del festival di Sanremo, riguarda “Almeno tu nell’universo” il brano che Mia Martini presentò nel 1989. Quell’anno vincono Anna Oxa e Fausto Leali con “Ti lascerò”, sicuramente un bel brano ma imparagonabile all’interpretazione e alla magia della canzone di Mia Martini. Secondo classificato fu Toto Cutugno con “Le mamme” che, confesso, non ricordo e terzo posto per Al Bano e Romina Power con “Cara terra mia”.

Anche i Grammy Awards hanno ignorato importanti artisti di indiscussa fama internazionale. Nel tempo, molti di loro hanno ricevuto riconsocimenti postumi e iscrizioni nella leggendaria “Rock & Roll Hall of Fame”. Ci sono interpreti contemporanei, come pure artisti pionieri del passato, di cui i Grammy sembrano totalmente essersi dimenticati. Tra questi troviamo Jimi Hendrix, Bob Marley, Janis Joplin, Diana Ross, Queen, Blake Shelton, Oasis, Run-D-M-C., Patsy Cline, The Ramones, Guns’N’Roses e Depeche Mode, che non hanno mai vinto la statuetta dei Grammy nella loro carriera. Anche i grandi geni del rap targato U.S.A. come Tupac, Nas, e Notorius risultano nella listi degli ignorati e, tra le popstar contemporanee, Katy Perry non ha mai avuto nelle sue mani il celebre “gramofono d’oro” che rappresenta i Grammy, ma anche Sia e Nicki Minaj e l’islandese Björk.

Dalla musica al cinema il passo è breve e, anche in questo caso, l’elenco dei film e i registi “snobbati” dall’”Academy Awards” risulta imbarazzante. Cominciamo da “Blade Runner”, l’opera terza di Ridley Scott che oggi è considerata, senza ombra di dubbio, un vero e proprio cult movie nonché un modello imprescindibile per l’evoluzione artistica del genere fantascientifico. All’epoca dell’uscita il film ebbe un successo piuttosto modesto e anche la stagione dei premi 1982-83 non riconobbe a pieno i meriti di quello che, negli anni successivi, è diventato un punto di riferimento dell’universo cinefilo. Due le nomination all’Oscar, quello per la miglior scenografia e quello per i migliori effetti speciali. Ignorate la splendida colonna sonora di Vangelis così come la fotografia meravigliosamente iperrealista di Jordan Cronenweth.

Anche uno dei momenti più alti della filmografia del geniale David Lynch, sebbene abbia conquistato il premio alla miglior regia al “Festival di Cannes” del 2001, agli Oscar non ha avuto fortuna. Il suo “Mulholland Drive”, nelle settimane precedenti delle candidature agli “Academy Awards” era stato tra i protagonisti dei “Golden Globes”, venendo nominato per il riconoscimento come miglior film drammatico, miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior colonna sonora. Agli Oscar, Lynch si è dovuto accontentare di una nomination per la regia che, ovviamente, non ha portato ad alcun riconoscimento.

Ma Stanley Kubrick non ha mai vinto un Oscar? Non è del tutto vero perchè il grande regista ha conquistato un’unica statuetta per il suo “2001: Odissea nello Spazio”, ma non per la regia ma per gli effetti speciali. Tanti capolavori firmati da Kubrick non hanno ricevuto dagli Oscar l’attenzione che avrebbero meritato, su tutti “Il dottor Stranamore” e “Arancia Meccanica” rimasti senza premi nonostante diverse nomination, ma il caso di “Shining” è ancora più clamoroso: riconosciuto come uno dei più grandi horror di sempre e come uno dei miglior film firmati da Kubrick, questo adattamento cinematografico del best seller di Stephen King non solo non ha ricevuto alcun Oscar, ma nemmeno alcuna candidatura. Ignorata l’iconica e strepitosa performance di Jack Nicholson quanto l’impeccabile e virtuosistica regia di Kubrick che presagì un innovativo uso della steadicam che avrebbe poi fatto scuola, così come furono dimenticate la fotografia di John Alcott e le musiche realizzate da Wendy Carlos e Krzysztof Penderecki.

Tra i film ignorati dall’Academy Awards troviamo anche “Quarto potere” di Orson Welles, “Luci della città” di Charlie Chaplin ma anche “La donna che visse due volte“ di Alfred Hitchcoock, “Taxi driver” di Martin Scorsese e “Il lungo addio” di Robert Altman.

Che dire? “Beati gli ultimi perché saranno i primi”? Al tempo, e al pubblico, l’ardua sentenza.

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